Comune di Castelvetere sul Calore

Storia del comune

Dalle origini ...al 1800
 
L’origine del paese risale alle prime invasioni barbariche e, forse, addirittura all’epoca romana come si può ricavare dalle rovine inesplorate presso l’abitato e dalle antichità rinvenute. Nel 991 Siconolfo, Conte di Conza, donò il suo feudo al Monastero di S. Benedetto in Salerno insieme ai beni che possedeva a “Castelvetere” I Longobardi vi costruirono un castello intorno al quale sorse il paese che fu nominato “Castelvetere”. Giuseppe Passaro ritiene giustamente che Castelvetere prima, durante e dopo l’Anno Mille, fu denominata “Castrum Betere” e non Castello di S. Maria, come afferma l’Arciprete Mons. Maria Domenico de Matteis. Il Prof. Rossi afferma che i Longobardi chiamarono tale feudo Castelvetere, per distinguerlo dal vicino Castelfranci e si disse: “Sul Calore” per la sua posizione. “Calore” a sua volta deriva da una radice “cal” umbro “calersu” osco “Kalerus” corrispondenti al latino “cal-idus”: bianco, candido, per estensione “chiaro”.
 Tale denominazione deriva dalla purezza delle acque cristalline. Nel 1094 Ugone, Conte di Boiano, donò a Madelmo, abate di S. Sofia, la terra di Castelvetere insieme agli abitanti con atto sottoscritto dal Vescovo di Montemarano. Tale donazione venne scritta dal Vescovo Oberto.
Eccone la traduzione dal latino:
“Nel nome del Signore Dio Salvatore nostro Gesù Cristo, Signore eterno e nel nome della Indivisibile Trinità. Nell’anno 1095 dall’incarnazione del Signore Onnipotente nostro Gesù, nel mese di gennaio, nella seconda indizione. Noi Ugo, per grazia del Signore Conte di Boiano e figlio Ruggiero e compagno del Conte Rodolfo, rendiamo noto a tutti i nostri fedeli, a quelli presenti e si intende ai futuri, che tramite questo scritto offriamo concediamo e sottofirmiamo per mano del Monsignore Oberto, Vescovo di Boiano, al Signore Madelmo, venerabile abate del Monastero di S. Sofia che sembra sia stato costruito nella città di Benevento e “Castrum” che è nominato “Vecclo” prima Betere (Castrum Vetere = Castelvetere), in quale modo il nostro padre Conte Rodolfo gli concesse di possedere insieme a tutti gli uomini abitanti e viventi nello stesso luogo il proprio Castro, così noi gli attribuiamo in eterno affinché d’ora in poi egli stesso nominato Abate i suoi successori e parte dello stesso soprannominato Monastero già detto Castrum insieme agli uomini interessati al suo Castello, lo abbiano e lo possiedono da quel momento in poi ed esercitino la propria autorità come a loro piace senza alcun fastidio o contrarietà dei
prannominati Conte Ugo e figlio Ruggiero, del predetto Conte Rodolfo obblighiamo noi stessi e obblighiamo gli eredi dell’invocata assemblea sia a te Signore Abate Madelmo e ai tuoi successori le cose già dette per nostra concessione, d’ora in poi per sempre e sia in futuro (ci impegniamo) a difendere da tutti gli uomini, da tutte le parti e dai pericoli. Poiché se in verità qualche temerario presumesse di ostacolare questa nostra insigne concessione e saldo precetto in nessun altro modo e con ragione potrebbe presumere di distruggere o perdere o se anche tentasse, sarebbe ostacolato dalla legge e porti 150 once di purissimo oro nel suddetto Monastero: ed oltre a ciò sia dannato al vincolo dell’offerta INSIEME A Giuda falsissimo traditore del Signore nostro Gesù Cristo, finchè viva”.
Al tempo normanno il Conte Ugone fu coinvolto nelle guerre contro Ruggiero II, Raone di Fragnito, Barone di Castelvetere, il quale sosteneva le parti di Rainulfo, Conte di Avellino, contro il re normanno. La rovina del conte segnò quella di Montemarano e Castelvetere nei suoi 18 castelli e casali.
 Dal catalogo dei Baroni Normanni si rileva che il feudatario Guglielmo lo cedette al vassallo Elia di Gesualdo che a sua volta lo offrì in sub-feudo a Ruggiero di Castelvetere nel 1187, e poi a Giacomo nel 1189 che ebbe cariche importanti ai tempi di Federico II.
 Da un documento risalente al 1240 Castelvetere insieme ad altri paesi doveva concorrere alle riparazioni del Castello di Montefrusco. Nel 1320 fu tassato per tari 15 e grana 6, ciò denota la scarsità degli abitanti in tale epoca. Alla famiglia Gesualdo successero i Del Balzo, che essendosi ribellati a Carlo di Durazzo, perdettero il feudo. Nel 1373 divenne signore di Castelvetere Giacomo Filangieri. Nel 1400 Niccolò; e poi la figlia Caterina, che nel 1426 lo portò in dote a Sergianni Caracciolo.
Alla famiglia Gesualdo successero i Del Balzo, che, essendosi ribellati a Carlo di Durazzo, perdettero il feudo. Nel 1373 divenne Signore di Castelvetere Giacomo Filangieri. Nel 1400 Niccolò; e poi la figlia Caterina, che nel 1426 lo portò in dote a Sergianni Caracciolo. Il successore Giacomo della Vanessa lo perdette per ribellione poiché aveva preso parte alla congiura dei baroni contro Ferdinando I di Aragona.
 Questo re il 6 agosto del 1418 vendette Castelvetere, con Cassano, Fontanarosa e Taurasi, a Luigi Gesualdo Conte di Conza per il prezzo di ducati 12.000. I successori furono Fabrizio nel 1518; Luigi nel 1546; Fabrizio II nel 1584; Carlo nel 1613 infine Isabella, che divenne moglie di Niccolò Ludovisio, principe di Piombino e Venosa al quale portò il feudo nel 1636. I Ludovisio tennero il feudo per alcuni secoli.
 Nel 1658 Niccolò Giuseppe de Beaumont pagò alla Regia Corte il prelievo del feudo di Castelvetere. A Niccolò successe Olimpia Ludovisio, sua zia, che morì nello stesso anno e con un decreto della Gran Corte della Vicaria del 15 gennaio 1701 i suoi beni vennero ereditati dalla sorella Ippolita, Ducehessa di Sora.
Costei ottenne nel regio cedolare l’intestazione delle terre di Montefredane, Castelvetere, S. Andrea, Montefusco, ecc.. Morì il 5 dicembre del 1734 lasciando erede la sua primogenita Maria Eleonora Buoncompagno Ludovisio, Duchessa di Sora e Principessa di Piombino e Venosa. Alla morte di quest’ultima avvenuta il 22 giugno 1746, successe il figlio, Duca di Sora e Principe di Piombino, Gaetano Buoncompagno Ludovisio il quale fece stipulare dal notaio Giuseppe de Palma di Napoli, l’istrumento con il quale dichiarava che Ippolita Ludovisia e Maria Eleonora Buoncompagno non avevano lasciato feudi in questo Reame ma potevano esercitare soltanto lo “Jus Possidentio” in virtù del maggiorato dal Principe di Venosa Niccolò Ludovisio I.
Per questi motivi Gaetano Buoncompagno Ludovisio cedette i titoli di Principe di Venosa e Conte di Conza ad Antonio, suo primogenito, conl’istrumento del 14 luglio dell’anno 1746, stipulato dal notaio de Palma. La validità dell’acquisto della terra di Castelvetere da parte di Giuseppe de Beaumont, causò una lite presso il tribunale del Sacro Regio Consiglio tra Antonio Buoncompagno Ludovisio ed Andrea de Beaumont, che aveva ereditato il summenzionato feudo essendo primogenito di Giuseppe de Beaumont e di Dorotea Gargano, nobile di Barletta.
Questa lite fu continuata da Domenico Maria de Beaumont, che fin dal 26 giugno del 1741 aveva ottenuto la rinuncia della terra Castelvetere da suo fratello Andrea, il quale si era consacrato a Dio. In seguito i due raggiunsero un accordo in virtù del quale Domenico Maria de Beaumont pagò la somma di ducati 1025 e grana 54 al Curatore del patrimonio dei defunti Principi di Piombino Niccolò e Giovan Battista Ludovisio, ed ottenne la conferma della vendita del feudo.
 L’istrumento di questo accordo venne rogato dal notaio Servillo di Napoli il 16 maggio del 1747 e fu convalidato da Carlo III Re delle Due Sicilie con il consenso dato nel Palazzo Reale il 24 dello stesso mese. Perciò, Domenico Maria de Beaumont ebbe nel regio cedolario l’ultima intestazione della terra di Castelvetere il 20 dicembre dello stesso anno (1747).
 Domenico Maria sposò Anna Maria Mosti, nobile di Benevento e figlia di Giacomo e Chiara Costantino, ed ebbero i seguenti figli: Giuseppe II che dopo la morte del padre divenne Barone di Castelvetere, il quale sposò la nobile donzella Camilla Narni Mancinelli, ed ebbe da lei tre figli, morti in tenera età; Salvatore, che ebbe i natali in Castelvetere il 1 giugno del 1755, ebbe una gloriosa carriera nel battaglione di Fanteria e passò da cadetto al grado di Colonnello; Andrea ed Ignazio, che furono Monaci Olivetani; Ludovica, moglie del barone Tarquinio Coppola; Caterina, Giovanna e Teresa, monache in Santa Maria della Vittoria di Barletta; Vincenza, che nacque a Castelvetere il 1 maggio del 1764, e sposò Ferdinando Marotta, figlio di Donato e di Maria Caterina Gennaro; ed infine Francesco, che nei documenti di quel tempo, veniva chiamato col nome di Pasquale Francesco.
 Costui nacque il 15 febbraio del 1775, e sposò il 26 luglio del 1821 Teresa Zezza figlia di Michele, Barone di Zapponata, e di Vincenza Vivenzio. Da costoro nacque Domenico, che divenne Barone di castelvetere dopo la morte del genitore avvenuta il 22 gennaio del 1832; Michele sposò Giulia Pedinino de’ Marchesi di Luogosano; ed infine Anna Maria, consorte di Decio de Magistris, degli antichi Patrizi delle città di Tricarico e di Rieti.

Un po’ di storia

Dal manoscritto tramandatoci dall’Arcivescovo Parroco Domenico de Matteis in data 25 maggio 1915, ritrovato nell’Archivio Comunale di Castelvetere sul Calore al fascicolo “Opere Pie” riguardanti le origini delle Chiese S. Maria Assunta e S. Maria delle Grazie, risulta che prima del 1065 Castelvetere sul Calore si denominava Castello di S. Maria (dal “Diploma del 1069” ritrovato dal Gattula e riportato dal Padre Alessandro Di Meo nel Tomo VIII n. 3 pag. 64 Annali Critico – Diplomatici del Regno di Napoli).
 Questa denominazione fu data dai Feudali e dal Popolo di quel tempo per l’avverarsi di un avvenimento strepitoso. Infatti Castelvetere sul Calore professa un culto speciale a S. Maria delle Grazie che trae origine appunto da un insigne fatto storico e precisamente dall’apparizione della Madonna ad una vecchia concittadina (dalla relazione fatta nel 1710 dall’Arciprete Don Minoro Calabrese ed inserita da P. Serafino Montorio Predicatore generale dei Domenicani nello Zodiaco di Maria alla Stella IV pag. 333).
 Commossi per l’evento dell’apparizione e in segno di pietosa riconoscenza i feudali e il popolo vollero dare al loro castello la denominazione di castello di S. Maria. Sempre dal manoscritto dell’Arcivescovo Domenico de Matteis risulta che Feudatario e Università furono concordi nell’accrescere il culto verso la Patrona S. Maria. E difatti i Feudali costruirono, al centro del castello, la Chiesa Abbaziale parrocchiale detta appunto di santa Maria istituendo un diritto di patronato laico che presentarono al Vescovo l’Abbate – Parroco a sua volta coordinato da un clero. Sia l’Abbate che il Clero compivano le loro funzioni in Chiesa.
 Nello stesso tempo anche l’Università edificò una piccola chiesa che chiamò pure di Santa Maria e donò alla Patrona fondi rustici e rendite di qualsiasi natura e stabilì che si celebrasse ogni anno il giorno 28 Aprile (data dell’apparizione) una festività che ancora oggi è chiamata “Festa di Santa Maria”.
Inoltre esercitò in detta chiesa il diritto di patronato laico tramite un’amministrazione composta da procuratori della Chiesa o Cappella di Santa Maria e da persone elette dell’Università. Infatti la prima fu denominata Santa Maria Assunta, la seconda Santa Maria delle Grazie. Comunque, nonostante la duplice denominazione, sia il feudatario che l’università e il clero furono concordi nell’esercitare le funzioni cristiane in entrambe le Chiese.
 Infatti l’Arciprete Parroco fin dal 1800, epoca dell’abolizione della feudalità, rimase tale di fatto, sia che celebrasse funzioni nella Chiesa Santa Maria Assunta, sia in quella di Santa Maria delle Grazie (fonti ricavate dalla Cappella di Santa Maria delle Grazie e dai Conti del Clero, ove è riportato il concordato tra l’Università e il Clero stipulato l’11 Novembre 1772 dall’Avvocato D. Michele di Clemente di Montella).
 Anche dopo l’abolizione del feudo, non venne meno il diritto di patronato laico del Comune, il quale anzi vantò la sua successione all’ex Patronato Feudale sulla Chiesa Santa Maria Assunta, addirittura restaurandola e facendo scrivere sulla pietra: “Pubblica Religio”, sopportando tutte le spese di culto. Nel Consiglio di Stato risalente al 18 novembre 1853 Ferdinando II Re di Napoli fece erigere l’antica Chiesa di Santa Maria Assunta al grado di Ricettizia Numerata sotto il titolo della Visitazione di Maria Santissima delle Grazie.
Inoltre in data 24 luglio 1854 lo stesso Re di Napoli impartì Regio Assenso ai nuovi Statuti o Capitolari. Nell’antica massa delle piccole rendite godute dalla Ricettizia Numerata per disposizione di entrambe le potestà, furono aggregate ed incorporate le rendite, i diritti e i privilegi dei Luoghi Pii di Castelvetere: la Cappella di S. Maria delle Grazie, il Pio Ospedale, e la cappelle del Santissimo Corpo del Signore. Tali beni appartenenti al Comune erano amministrati dalla Beneficenza Pubblica.
In seguito alla erezione a Chiesa Ricettizia Numerata, Santa Maria delle Grazie e della sua dotazione come sopra si è detto nonché del Regio Assenso agli Statuti e Piano della Ricettizia Numerata, successe che il Parroco di S. Maria Assunta risultava anche l’Arciprete della Ricettizia Numerata di Santa Maria delle Grazie, sede ordinaria del Clero Ricettizio e succursale della Parrocchia, poiché i partecipanti del Clero Ricettizio avevano l’obbligo di aiutare il Parroco nella cura delle anime e svolgere le funzioni di culto sia nella Chiesa Parrocchiale dell’Assunta sia nella Chiesa Ricettizia S. Maria delle Grazie